Cronache Scanziane – parte prima: un po’di (sano) autoerotismo verbale

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Complici i continui post di Alberto Urgu, ho deciso di provare a Scanzizzarmi un po’ pure io. Che in fondo è venerdì sera e qui non è che ci sia poi molto da fare. Vediamo che succede.

Permettetemi di dirlo, anche se per una volta potrei finire con lo sembrare uno sbruffone da bar di periferia. Di quelli in cui c’è sempre quello che arriva con il motorino truccato che fa il rumore di una Ferrari ma che poi quando sei in salita devi scendere perché non riesce proprio ad andare. Uno sbruffone un po’ sfigato, insomma.

 Permettetemi di farlo, anche se tanto molti di voi non capiranno nessuna differenza tra questo e gli altri dei miei scritti. Che è sempre difficile per chi non ha mai usato Ballard se non per nascondere delle caccole capire l’essenza di quello che uno scrive.

Le parole, dovete sapere, sono molto di più di quello che riuscite a capire. Di quello che riuscirete a capire. Io l’ho scoperto leggendo Proust per la terza volta a sette anni e riuscendo finalmente a capire che la Madeleine è molto più di quella specie di Pavesino che pensate voi.

Ma, pazienza. Perché io penso che il compito degli intellettuali, dei giornalisti, degli scrittori, degli umanisti, degli etnologi-in-potenza, dei quarantenni con la barba curata per sembrare incolta, dei blogger (su un giornale, mica quelli sfigati che bloggano a gratis), degli autori teatrali, degli opinionisti televisivi sia quello di parlare sempre e comunque. Anche a chi pensa che il massimo che l’intelletto umano abbia mai prodotto siano Peppa Pig, gli Snorkies e quella mattarella di puffetta che sono sicuro sia l’idolo di qualche ministra nostrana.

Io, che mio malgrado rientro in tutte quelle categorie, sento insomma di avere il dovere morale di parlare con voi, borghesi piccoli piccoli che non avete mai letto Trueba e non sapete neppure quanto sia sopravvalutato avere il cazzo lungo.

Pazienza. Ciascuno si prende il pubblico che si merita. A me siete capitati voi. Almeno a voi sono capitato io. Insomma, chi ci guadagni tra i due mi sembra chiaro come il fatto che senza Mauro Repetto non sarebbero esistiti gli 883.

Ecco, voi siete Mauro Repetto. Io sono il vostro Max Pezzali. Insieme uccideremo l’uomo ragno.

-telefono.

Paolo Flores d’Arcais ed Andrea Camilleri non riescono a ricordare a memoria tutte le parole di “I know the only truth” di Мари́на Ива́новна Цвета́ева e mi chiedono una mano.

Sapete, se nella vostra vita aveste speso meno tempo seduti sul gabinetto a leggere Topolino o la Settimana Enigmistica, forse  avrebbero chiamato voi. Forse voi sareste potuti essere al posto mio. Peccato.

Per voi.

-click.

Insomma, avete capito quello che volevo dire? No?

Ci avrei scommesso, banda di autòmi semi lobotomizzati sempre pronti a rendervi caricature degne di quell’Orwell che confondete con la pubblicità delle crostatine Mulino Bianco.

Quando un giorno riuscirete a smetterla di vedermi come totem da bruciare in segno di adorazione, forse allora sarete pronti per correre il rischio di tuffarvi nella vita e nel suo mare magno che è ben più grande della discoteca di Barcellona nella quale continuate ad ammassarvi insieme a migliaia di renzini tutti uguali a voi.

Continuate a tirarmi merda, continuate a criticarmi, tanto lo so che ogni sputo che mi lanciate è solo una scusa per farmi toccare dalla vostra saliva. Tanto alla fine, questo è tutto quello che volete.

Siete come il bambino che cercava di comprare il gelato al Bar dello Sport. Ci provate, ci provate e ci provate ancora. Sputatemi ancora una  volta. Chissà che non sia quella buona in cui riuscirete a leccarmi. Finalmente.

Per voi.

La foto è stata rubata – con gentilezza – a fc07.deviantart.net

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